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L’ Ignoto Marinaio – Agnese Moro, Maria Zappalà: Il dolore della ragione, il dolore che non perdona

L’ IGNOTO MARINAIO

AGNESE MORO, MARIA ZAPPALÀ: IL DOLORE DELLA RAGIONE, IL DOLORE CHE NON PERDONA

Sono stato ieri a S. Alessio, a villa Genovesi, all’incontro con Agnese Moro, organizzato dall’Associazione Amici di Onofrio Zappalà, morto nella strage della stazione di Bologna, 37 anni fa. Non mi soffermo sulla meritoria passione civile, davvero rara e disinteressata, che anima l’associazione e sul contributo che dà, in particolare nella riviera jonica, in termini di memoria, educazione civica e formazione alla legalità. A tutte le generazioni, soprattutto nuove. Non ce n’è bisogno, si vede. Spendo solo due parole, con molto rispetto, da cittadino, su quanto ho ascoltato. Riflettevamo con chi ieri mi era accanto: siamo stati spettatori di un dibattito inatteso, inedito, alto, tra due forme di dolore; quello di Agnese che per “guarire” dalla perdita del padre, barbaramente ucciso, decide di incontrare i suoi carnefici. E quello di Maria Zappalà, sorella di Onofrio, la quale ha gridato il suo dolore che non perdona e non perdonerà chi ha spento la vita innocente di suo fratello. Uno, dolore per così dire pacato, figlio della Ragione, acquetato da quel confronto, così difficile, pensato, voluto. Sfociato in una preghiera comune con gli assassini del padre, sulla tomba di lui. E l’altro, che sgorga da rabbia ancora viva, travolgente, senza argini. Un dolore-protesta che non si placa, non ammette giustificazioni, pentimenti, che non concorda con l’idea, così “corretta”, che le belve col tempo non siano più belve. Un dolore disperato, che non assolve. E reclama il diritto, forse anche un dovere, di non perdonare. Sono andate in scena, oltre le parole, due Estetiche: una della tragedia compiuta, che ha trovato una sua fine, in un perdono concesso. E l’altra di un Tragico ancora in atto, che ha bisogno di essere urlato, scagliato ancora contro gli uomini, anche verso il Cielo. Forse quest’urlo, inconsolato, ha bisogno di essere più condiviso, accarezzato, partecipato. Ha bisogno di noi, di tutti. E ci dà l’obbligo morale di fare la parte minima che possiamo: essere presenti, a spartirci un granello ciascuno, almeno con gli occhi e il pensiero, questa sofferenza che trafigge. Ogni 2 agosto; di oggi e ancora per tanto tempo che verrà.

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