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L’Ignoto Marinaio – Bilancio fermo: il Prima travestito da Dopo di Accorinti. E dei suoi assessori-pascià

L’Ignoto Marinaio

Bilancio fermo: il Prima travestito da Dopo di Accorinti. E dei suoi assessori-pascià

Ora è noia. I rivoluzionari “bassotti” si incazzeranno, ma c’è poco da fare: il Comune affoga nella fanghiglia della continuità. Sembra di assistere a sequenze di amministrazioni “buzzanchiane” o “genovesi”. Una ripetizione di atti e fatti del pre-Accorinti con protagonista Accorinti. In buona compagnia dei suoi: gli assessori eccellenti, il meglio che poteva esprimere la città nella narrazione “dal basso”. E invece si sta rivelando il peggio. Bilancio di previsione: i conti non tornano. E, anche stavolta, il Comune resterà per un bel po’ senza bilancio. Una botta all’amministrazione e alla città. A fine anno Accorinti aveva brindato. Aveva comunicato la “rupture” con l’odiato Prima e l’arrivo del Dopo. La giunta varava lo schema di bilancio con un entusiasmo non minore a quello di Cristoforo Colombo e dei suoi quando avvistarono i primi segnali del Nuovo Mondo: “…detta luce si vide una volta o due ed era come una candelina di cera che si sopiva e si rinfocolava, la qual cosa a pochi soltanto parve essere indizio di terra; ma l’Ammiraglio, lui, lo tenne per certo. Perciò quando intonarono la Salve Regina che i marinai sono usi dire e cantare a modo loro e si riunirono tutti, l’Ammiraglio li pregò e li esortò a fare buona guardia dal castello di prua e che scrutassero per cercare terra e che a colui il quale per primo dicesse che la vedeva, avrebbe dato immediatamente un giubbone di seta…” (Cristoforo Colombo, Diario del primo viaggio, in Gli scritti, Einaudi). Ma qui la terra non c’è e il bramato giubbone resterebbe non assegnato. 

Perché l’esecutivo, l’ultimo giorno del 2016, non aveva approvato il bilancio, ma soltanto lo schema; la delibera di adozione finale spetta infatti ai consiglieri comunali: il termine è il 31 marzo di quest’anno. Eppure, al solito, il primo cittadino e i suoi assessori, si erano spinti ad annunciare “Lamerica”. E con che toni: “Con questo atto, la città di Messina entra nel gruppo delle città virtuose. Approvare gli strumenti di programmazione nei tempi corretti garantisce una efficiente gestione degli enti locali e consente una migliore erogazione dei servizi ai cittadini. Disporre del bilancio nei tempi ordinari permette di dare certezza ai processi di pianificazione e programmazione nei diversi settori e agli uffici di lavorare con tempi congrui per la preparazione e la valutazione degli atti per la città”. Al solito, l’hanno sparata grossa. Poi è arrivata, anche in quest’occasione, la doccia fredda della realtà. E, il neo-assessore al Bilancio, tal Cuzzola, succeduto a quell’altro dal nome composto e complicato, ha fatto dietro-front. Non era vero niente. Il bilancio non si può approvare. I numeri dello “schema” contrastano col piano di riequilibrio decennale che giace ancora al ministero dell’Interno. Stop. Si ricomincia daccapo. Ma di chi è la colpa? Di questo assessore? Del suo predecessore il cui nome difficile faceva tanto fino – Eller Vainicher – salutato al tempo come salvatore della patria inviato dai compagni del Pd. E che, a sua volta, aveva sostituito la perle dell’amministrazione Accorinti, Guido Signorino: nel suo nome, il destino; era la guida vera della giunta, il faro a cui Accorinti aveva delegato pezzi importanti dei suoi poteri: suo vice e Uomo dei Numeri. Professore. Accademico. Un disastro. Un fallimento. Cacciato da numero due, o meglio uno bis, e dalle deleghe finanziarie. Signorino, Eller, Cuzzola. Ma a chi, il popolo deve chiedere il conto? 

Miguel de Cervantes, sì lui, l’autore del Don Chisciotte, che pure soggiornò a Messina per sei mesi (ci tornerò prossimamente), in un’opera “minore”, nella quale cita pure la nostra città, ci offre un criterio: “… devi sapere che è usanza tra i turchi che coloro che con la nomina di viceré si recano in una provincia, non entrano nella città in cui vive il loro predecessore fin quando questi non ne esca per lasciarlo libero di controllare i conti pubblici; mentre il nuovo pascià esegue questa operazione, quello vecchio si accampa fuori città in attesa della revisione contabile e delle sue eventuali pendenze, senza potere interferire…Eseguita la revisione, se ne consegna la certificazione al pascià che lascia l’incarico su una pergamena chiusa e sigillata…a seconda del giudizio formulato, egli viene premiato o castigato; tuttavia, nel caso in cui venga incolpato di qualche irregolarità, egli può riscattarsi col denaro per evitare il castigo”. (Miguel de Cervantes, “L’amante generoso”, Passigli). 

Ok. Ma come potremmo fare noi a seguire la via indicata da Cervantes. Chi premiare ? Temo nessuno. Chi punire? Con chi, ad esempio, se la devono prendere le famiglie dei bambini che non possono fruire della mensa scolastica? E i lavoratori del servizio rimasti a casa? E i fornitori del Comune? Con chi?  Col pascià-Signorino? Col pascià-Eller? O col neo-viceré Cuzzola? Bel rompicapo. In attesa di sciogliere il quesito, la colpa – che dopo quasi quattro anni non può essere più scaricata a Quelli di Prima – va addebitata a lui. Al Gran Signore. Sapete chi è. E il Palazzo dove alberga. 

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