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L’Ignoto Marinaio – LA MESSINA DI GOETHE E QUELLA DI ACCORINTI: NON UNA STRADA, MANCO UNA LAPIDE, NULLA RICORDA IL GRANDE WOLFANG IN CITTÀ. EPPURE SI POTREBBE…

L’Ignoto Marinaio

LA MESSINA DI GOETHE E QUELLA DI ACCORINTI: NON UNA STRADA, MANCO UNA LAPIDE, NULLA RICORDA IL GRANDE WOLFANG IN CITTÀ. EPPURE SI POTREBBE…

Voi dite che perdo il mio tempo? Che non è il caso di sprecare pagine? Insomma, è vano richiamare il ricordo dei Grandi che vennero a Messina? È illusorio rievocare, pungolare, chiedere che le loro tracce, i loro scritti, ridiano orgoglio di ciò che la città fu nei secoli scorsi? E provare a ricostruire una storia, una ritrovata memoria comune? E, quindi, pensare a un circuito di iniziative: un itinerario di cultura europea, un percorso monumentale, una Biennale stabile, un progetto territoriale, un brand turistico? Tutto inutile? Dite così? Io ci provo lo stesso. Anche se le teste d’uovo, i quasi-colleghi di Goethe, che circondano Renato Accorinti, sono sordi. Compreso il quarto assessore alla Cultura, che mi pare ricalcare le orme insignificanti dei predecessori. Ma io insisto. E vado, anzi ritorno a Goethe. A Johann Wolfang Goethe. Uno dei più grandi scrittori, romanzieri, poeti della letteratura universale. Ma questo si sa. Tutti sanno chi è l’autore del “Faust” e dei “Dolori del giovane Werther”. E si sa anche che scrisse un “Viaggio in Italia”: oggi si direbbe un reportage giornalistico. Solo che a scriverlo era Goethe. Che era già Goethe. E sappiamo, da questo corposo diario, fatto di fedeli cronache e alte riflessioni, condite di intuizioni e ironìe, che trascorse in Italia due anni: dal settembre 1876 al giugno 1788. L’opera fu pubblicata, in due volumi: il primo nel 1813, il secondo l’anno dopo. Goethe aveva iniziato a scriverli qualche anno prima. Ma anche questo è noto. Come è arcinota la citazione goethiana che chiunque si occupi della Sicilia piazza in ogni dove, spesso a proposito:”L’Italia senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto“. Estrapolata e deviante. Lasciamo stare. Non si può dare un calcio a tutte le pietre che si incontrano sulla strada: presto o tardi ci si fa male. E poi, mi scuserete tanta testardaggine: mi è molto piaciuta la frase che il corriere del console disse a Goethe per tranquillizzarlo sulla partenza improvvisa dello scrittore da Messina e l’assenza al consueto pranzo col governatore:”Chi va per mare non ha scuse da fare!”. E io, pure Ignoto, vado per mare: marinaio sono…

Tornando a noi: dal suo “Italienische Reise”, sappiamo che Goethe venne in Sicilia. E per alcuni giorni si intrattenne a Messina, prima di lasciare l’Isola alla volta di Napoli. Un soggiorno breve, ma intenso. Un week end nella prima decade di maggio del 1787. Prima era stato a Taormina. E aveva percorso, a dorso di mulo, la riviera jonica per arrivare in città. Lo scrittore ne fa un racconto minuzioso nel libro ( “Viaggio in Italia”, Rizzoli, traduzione di E.Zaniboni, pagg 303-322). Di questi giorni trascorsi a Messina, Wolfang annota tutto. Viene accolto come persona di rango dal governatore sul quale dirò più avanti e dal console di lingua tedesca, poi individuato in Jean Gaspard de Chaperouge, un mercante di Ginevra che aveva scelto di vivere sullo Stretto, pare diplomatico onorario della repubblica olandese.

Goethe godeva già di grande fama. Alcune cose impressionano della narrazione che egli fa della città. Innanzitutto, quattro anni prima, Messina era stata devastata da un terremoto. Quello del febbraio del 1783, appunto. La città fu distrutta. Si ebbero un migliaio di morti (Goethe sbaglia a scrivere 12.000). E della “sventurata Messina” egli dà una descrizione in parte sconsolata, in parte severa. “Nulla di più tetro che lo spettacolo della così detta ‘Palazzata’, una serie di grandi palazzi a falce di luna, che incorniciano la spiaggia per il tratto d’un quarto d’ora. Erano tutti edifici a quattro piani e costruiti in pietra; di questi, alcune facciate sono rimaste ancora in piedi fino al sommo della cornice, altre sono crollate fino al terzo piano, al secondo, al primo; in modo che tutta questa schiera di palazzi, un tempo così superbi, adesso si presenta allo sguardo orribilmente frastagliata e bucherellata, poiché l’azzurro del cielo si vede attraverso quasi tutte le finestre. Nell’interno le abitazioni propriamente dette sono tutte sfasciate”.  Fermiamoci un momento. Cosa era la Palazzata ? Precisiamo subito che era la Palazzata di Simone Gullì, architetto messinese che progettó una sorta di Teatro Marittimo: lo scenario della città sul porto. Tredici edifici che sorgevano di fronte all’attuale Palazzo Zanca. Fu, appunto, distrutta dal terremoto i cui effetti vengono descritti da Goethe. Il quale non manca di annotare, con un approccio polemico, ma che ben fotografa il “carattere” dei messinesi, ciò che noi, con ironia autocritica, definiamo “occhio sociale che sconfina nel “buddacismo”. Leggete un po’:”…per seguir l’esempio del brillante piano architettonico tracciato dai proprietari più ricchi, i vicini, meno facoltosi, in un’apparente gara di sfarzo, aveva mascherato, dietro alle facciate nuove costruite in pietra viva, le loro vecchie case, murate con ciottoli grandi e piccoli tenuti insieme con molta calce. Una struttura simile, poco sicura per sé, sfasciata e frantumata dall’orrenda convulsione, non poteva non rovinare completamente”. Chiaro, no ? Dietro la forma, non c’era la sostanza. Il che causò effetti disastrosi. La “malattia” è antica. E Goethe la colse.

C’è un’altra osservazione contenuta nel “Reise” che ci riguarda e che dopo due secoli è di grande attualità. Nel resoconto del suo giro per le strade che Goethe fa al governatore

egli scrive “d’aver soprattutto ammirato l’ordine e la pulizia delle strade di questa città distrutta. È in verità – annota – era ammirevole vedere come le vie erano tutte sgombre di macerie, e come il calcinaccio veniva accumulato nell’ambito dei muri crollati, e come le pietre, viceversa, erano sovrapposte in ordine lungo le case, lasciando libero il centro delle vie, restituite così al traffico e alla circolazione”. C’era più pulizia, ordine, viabilità disciplinata nella Messina che ospitò Goethe, pur colpita dal sisma, che al tempo di Accorinti. Non c’era spazzatura, soprattutto. Paragone irriguardoso, lo so. Per il governatore di Messina: Michele Odea, anziano ma efficiente inviato del Regno delle due Sicilie col compito di sovrintendere alla ricostruzione della Città dello Stretto. Un Maresciallo da campo, un militare, che era stimato dai messinesi. I Marescialli nell’Esercito borbonico erano elevati gradi ai quali veniva conferito il compito di comandare una divisione, a sua volta composta da due o più brigate. Odea era un alto ufficiale. Venne richiamato presso la corte di Napoli l’anno dopo la partenza di Goethe. Ciò che mi preme sottolineare è lo scrupolo e la sensibilità del governatore, oggi diremmo in una visione di promozione turistica. Infatti Odea, invitò Goethe a visitare la Chiesa dei Gesuiti, poi andata perduta col terremoto del 1908. E, recatosi di persona sul luogo, ordinò allo scaccino, il “sagrestano” laico che curava la vigilanza e la manutenzione della chiesa, di fare vedere all’illustre forestiero tutti i particolari della chiesa, compresi il tesoro e le rarità ivi custodite. “È un signore, al quale voglio far tutti gli onori, e che nel suo paese dovrà parlare di Messina come si conviene”, disse il governatore rivolto al custode, ma di fatto parlando con Goethe, al quale più direttamente rivolse l’invito di venire a pranzo, suo ospite, per tutto il soggiorno in città. “Sarete sempre il benvenuto”, gli disse il governatore e andò via a curare gli affari pubblici della città. Affari – lo so per certo – che, essendo un ufficiale di alto rango, non avevano nulla a che vedere con le Politiche della Pace in cima all’agenda del suo successore che oggi, a causa nostra, governa Messina. Il quale non ha idea di cosa sia il marketing territoriale di cui Odea, “tenuto in gran conto per la sua integrità e per la sua capacità”, dava prova 220 anni fa. Grazie al governatore, Messina è finita nella biografia e nell’opera goethiana di cui, in tutto il mondo, sono state lette e lo saranno ancora, milioni di copie. Ma tutto questo Accorinti non lo sa. Torniamo a Goethe. Interessanti la sua curiosità e il culto del dettaglio nel riportare ciò che vide nella Chiesa: l’altare maggiore con colonne “di lapislazzuli che parevano scannellate mediante verghette di bronzo dorato, pilastri e riquadri con incrostazioni all’uso fiorentino, le splendide agate di Sicilia a profusione, e ancora bronzi e dorature”. E nel godere il “vedere applicati architettonicamente i profitti delle montagne di Sicilia”, il poeta, che era anche un appassionato cultore di minerali, si dice ammirato della “magnificenza” delle colonne i cui lapislazzuli dice essere “il più bel colore che io abbia visto mai e di una magnifica combinazione. E dopo avere valutato la grande quantità di materiale grezzo occorrente per arrivare a quel risultato cromatico così bello, esclama: “Ma qual è la difficoltà, che non abbian saputo vincere i gesuiti ?”.

Infine, egli dà conto di un episodio particolare occorsogli a Messina che egli seppe gestire abilmente. Non lo dice espressamente, ma egli, massone di grado elevato, fu avvicinato dai massoni locali, della cerchia del governatore, anch’egli affiliato. Sull’adesione di Goethe sono state scritti volumi, in particolare sulla sua interpretazione della massoneria: mistica ed esoterica, si può dire in crassa sintesi. Ciò spiega perché, a un ufficiale massone  che vi si accostò alla tavola del governatore, Wolfang confidò di essersi accorto che più di un convitato gli aveva “silenziosamente fatto capire coi gesti che io non mi trovavo isolato tra estranei ma fra amici, anzi in mezzo a fratelli”. Ma alla profferta del “fratello”, l’illustre letterato si sottrasse con accortezza dal tentativo di farlo entrare in rapporti con affiliati locali: “le idee di questi ottimi isolani, lo sapevo bene – scrive -erano così diverse dalle mie, che un contatto più intimo con la mia persona non avrebbe loro arrecato né piacere, né soddisfazione”. Come ieri, la massoneria è tuttora ben presente a Messina, ma i suoi esponenti sono del livello di coloro con cui l’autore del “Viaggio” non volle avere niente a che fare.

Sappiamo anche che durante la permanenza in riva allo Stretto, Goethe fece le sue spesucce in città: 80 tarì per facchini, 9 onze e 30 tarì per la locanda, 20 per il vino, 28 per il pesce, 10 per il barbiere e una onza e 30 tarì per il parrucchiere. Di queste spese è rimasta testimonianza scritta, di pugno del poeta, conservata oggi nella sua casa-museo a Weimar.

Lunedì 14 maggio 1787, Goethe lasciò Messina a bordo di un battello comandato da un capitano francese: era mezzogiorno. Lasciato il porto, negli occhi e nella mente del genio tedesco si formò  la cartolina della città: “prendendo a poco a poco a poco il largo, rimanemmo assorti nella vista magnifica della Palazzata, della cittadella e dei monti che sorgevano alle spalle della città. La Calabria si vedeva dalla parte opposta. Infine – scrive Goethe – l’occhio poté correre liberamente lungo lo stretto, a nord e a sud, per l’ampia striscia di mare, fiancheggiata da rive stupende. Dopo aver pagato il nostro tributo d’ammirazione a tutte queste bellezze, ci si fece notare, a sinistra, un po’ lontano, un certo subbuglio nell’acqua e, a destra, un po’ più vicino, uno scoglio che spiccava netto sulla spiaggia: quello era Cariddi, questo Scilla”. E qui, proprio nello Stretto, ispirato “da queste due curiosità”, Goethe ha un’improvvisa intuizione estetico-letteraria che svilupperà in altre opere. Egli dice che la poesia immagina gli oggetti sempre più grandi di come sono per conferire loro maggiore altezza e dignità. Immaginazione e realtà corrispondono a poesia e prosa. L’una tende a favoleggiare, a mitizzare potemmo dire, rappresentando gli oggetti “maestosi e tendenti all’alto”; mentre la seconda “si adagerà sempre in piano”. Non lo scrive ma, leggendo l’addio allo Stretto, mi pare evidente, che lo scrittore andasse con la mente al racconto di Omero sui due mostri marini, Scilla e Cariddi. Da così piccoli “oggetti”, quanto il poeta greco aveva saputo scatenare la sua fantasia, pensò.

A Palermo aveva acquistato una copia dell’Odissea (che comunque aveva letto in Germania) tanto che concepì a lungo, ma non attuò mai, una sua “Nausica” che doveva proseguire il racconto omerico.

“Di Que’ mostri maggior – descrive Omero il mostro Scilla – che a mille a mille

Chiude Anfitrite nei suoi gorghi e nutre.

Né mai nocchieri oltrepassaro illesi:

Poichè, quante apre disoneste bocche,

Tanti dal cavo legno uomini invola” (Odissea, XII, 112 e sgg).  E così Cariddi:”… e sotto Cariddi gloriosa l’acqua livida assorbe. Tre volte al giorno la vomita e tre la riassorbe paurosamente. Ah, che tu non sia là quando riassorbe” (XII, 101-104)

E qui, a cavallo di politica e cultura, finisce il mio viaggio nel “Viaggio” di Wolfang Goethe a Messina. Uno dei più grandi spiriti della civiltà occidentale. Che quando venne nella Città dello Stretto, non aveva visitato le grandi capitali europee: Parigi, Londra, Vienna. E neppure la Grecia, “tòpos” del sentimento classico. Aveva preferito L’Italia è la Sicilia. Torniamo all’oggi. Vi pare possibile che la presenza del genio tedesco a Messina sia ignorata. Che nessun segno ne ricordi la presenza: una strada, una lapide, un busto, un premio annuale. E che nel trust di cervelli, traboccanti di cultura, che governa con Accorinti, non si sia accesa ancora la lampadina per mettere a frutto questo legame con la nostra città. Immaginate una Biennale dello Stretto che racconti al mondo in forma stabile e permanente la “messinesità” di Nietzsche, Shakespeare, Cervantes, Caravaggio, Dumas e di Goethe ?   Ma per fare posto ai Grandi, a quanto pare devono andarsene loro. I Tibetani nani. Nani, anche di idee.

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