Blog

L’IGNOTO MARINAIO – L’AMORE SFORTUNATO DI LISABETTA E LA CANZONE DEL BASILICO: LA MESSINA DIMENTICATA DI BOCCACCIO CHE ISPIRÒ KEATS, FRANCE E PASOLINI (CHE GLI FREGA A RENATO E AL SUO 4° ASSESSORE ALLA CULTURA?)

L’IGNOTO MARINAIO

L’AMORE SFORTUNATO DI LISABETTA E LA CANZONE DEL BASILICO: LA MESSINA DIMENTICATA DI BOCCACCIO CHE ISPIRÒ KEATS, FRANCE E PASOLINI (CHE GLI FREGA A RENATO E AL SUO 4° ASSESSORE ALLA CULTURA?)

Non c’è una Via Boccaccio, a Messina, la toponomastica sembra casual, molto orientata a figure locali. Eppure la storia di una comunità civile passa per le strade che attraversi e che attraversano i momenti della tua giornata. Insomma, sarebbe opportuno un restyling, ma non è nei programmi. E, visto che sono trascorsi quattro anni, nemmeno nelle cose fatte dalla giunta Accorinti; o più  esattamente dalle giunte guidate dal sindaco scalzo, tenuto conto dell’andirivieni degli assessori. Sarebbe una riforma senza costi, priva di oneri per il cittadino. Concordo: non è il primo problema di Messina in questo momento. Sarà al 100esimo posto. Ma perché, i 99 precedenti sono stati risolti? Certo servirebbe a ritrovare la memoria perduta. E a farne un pezzo forte del suo futuro: il binomio cultura-turismo. Constatazione banale, tanto da essere negletta dall’oligarchia di Palazzo Zanca e dalla consorteria di testoni che circonda il sindaco. Tornando a Giovanni Boccaccio, è ovvio: è studiato nei licei e negli altri istituti superiori messinesi. E all’Università. Ma non sarei così certo che la maggioranza degli studenti conosca il racconto del Decameron ambientato nella nostra città. E, temo, neanche buona parte dei loro professori. E che venga studiato in tutti i suoi aspetti: letterario, linguistico, storico. E, quindi, ci sia una cultura diffusa, è il caso di dire “volgare” – come sarebbe piaciuto all’autore, uno dei padri della lingua italiana – della novella dedicata a “Lisabetta da Messina”, la quinta, della quarta giornata del Decameron.

Sicuramente una delle più belle, una storia d’amore delicatissima, anche per il destino infelice dei due protagonisti. Ambientata qui da noi. Già. Perché a Messina? Di sicuro possiamo dire che Boccaccio dimostrò interesse per la nostra città, anche dopo il Decameron (1348-1353) almeno in un altro scritto, circa venti anni dopo: le “Esposizioni sopra la Commedia di Dante” (1373-1374). A Boccaccio dobbiamo l’etimo e il toponimo “Faro” laddove egli commenta la condizione dei dannati nel quarto cerchio:

“Come fa l’onda là sovra Cariddi,

che

si frange con quella in cui s’intoppa,

così convien che qui la gente rid-

di” (vv. 22-24).

Boccaccio, che fu uno dei primi commentatori di Dante, spiega che ciò avviene nel “Fare”(Faro) di Messina: dove “dicesi fare da “pha-ros”, che tanto suona in latino quanto “divisione”; e per ciò è detto “divisio-ne”, perché – scrive – molti antichi credono che già l’isola di Cicilia fosse congiunta con Italia e poi per tremuoti si separasse il monte chiamato Peloro di Cicilia“.  Sulla questione c’è uno studio molto interessante del prof. Alessandro De Angelis che si può consultare (http://www.academia.edu/5432375/Unetimologia_di_Boccaccio_e_il_toponimo_Faro_Stretto_di_Messina_).

Ma torniamo a Lisabetta.

Purtroppo, non è riuscita a dare l’assist per una produzione teatrale o musicale o comunque artistica messinese ispirata all’opera. Un compito che spetterebbe in primis al Teatro; ma figurarsi. Di che parliamo? Questa crocettiana-accorintiana è l’epoca più buia del Vittorio Emanuele. Di che discutono lì se non di litigi e intrighi? Di nomine e incarichi? Meglio tornare alla nostra novella tragica. La trama sintetica migliore è quella dello stesso Boccaccio che, com’è noto, fa precedere ciascuna delle cento novelle da “una rubrica riassuntiva”. La narrazione è di Filomena, una delle sette ragazze che con i tre ragazzi formano la lieta brigata che racconta: la cosiddetta “Regina” della giornata. Il “Re” è Filostrato, uno dei tre giovani. Oggi diremmo i chairman. Il tema è “gli amori infelici”. Nell’edizione classica curata da Vittore Branca, si legge: “I fratelli dell’Isabetta uccidon l’amante di lei; egli l’apparisce in sogno e mostrale dove sia sotterrato. Ella occultamente disotterra la testa e mettela in un testo di bassilico; e quivi su piagnendo ogni dì per una grande ora, i fratelli gliele tolgono, ed ella se ne muore di dolore poco appresso” (Vittore Branca a cura di – Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, Vol. IV: Decameron, Coll. I meridiani, Milano: Mondadori, 1985). Chi non ha l’ha letta e non ha i volumi, può andare sull’ebook gratuito dell’encomiabile biblioteca digitale liberliber.it.

Voi direte: che gli frega del Boccaccio “messinese” ad Accorinti e al suo quarto assessore alla Cultura, “bassotto” doc? Avete ragione. Ho quasi esaurito i sassi. Lo stagno è diventato una pietraia. Ma non smetterò di lanciarli. Non mi ascoltano? Parliamone almeno tra noi. Magari per il “dopo” che arriverà. Perché arriverà, tranquilli. Non gli importa neppure sapere – mi correggo, sentirselo dire – che la storia della povera Lisabetta è ispirata alla canzone popolare il cui accenno chiude il racconto: “Quale esso fu lo malo cristiano, che mi furò la grasta, ecc”. Era una canzone che ancora si cantava nella Firenze degli anni in cui Boccaccio scriveva il suo capolavoro, anche se i giovani narratori delle dieci giornate, convenuti nel “locus amoenus”, confessano di non averne mai saputo le origini: “assai volte avevano quella canzone udita cantare né mai avean potuto, per domandarne, sapere qual si fosse la cagione per che fosse stata fatta”. Ecco il testo:

“Qual esso fu lo malo cristiano

che mi furò la mìa grasta

del bassilico mio selemontano?

Cresciut’era in gran podesta,

e io lo mi chiantai colla mia mano:

fu lo giorno de la festa.

Chi guasta – l’altrui cose, è villania.

Chi guasta l’altrui cose, è villania

e grandissimo peccato.

E io, la meschinella, ch’i’ m’avia

una grasta seminata!

Tant’era bella, ch’a l’ombra stasia

da la gente invidiata.

Fummi furata – davanti a la porta.

Fummi furata davanti a la porta:

dolorosa ne fu’ assai.

Ed io, la meschinella, or fosse io morta,

che sì cara l’accattai!

È pur l’altrier ch’i’ n’ebbi mala scorta

dal messer cui tanto amai.

Tutta la ‘ntorniai di maiorana.

Tutta la ‘ ntorniai di maiorana:

fu di maggio lo bel mese-

Tre volte la ‘nnaffiai la settimana,

che son dozi volte el mese,

d’un’acqua chiara di viva fontana.

Sir’ Idio, com’ ben s’aprese!

Or è in palese – che mi fu raputa.

Or è in palese che mi fu raputa:

non lo posso più celare.

Sed io davanti l’avessi saputo

che mi dovesse incontrare,

davanti a l’uscio mi sare’ iaciuta

per la mia grasta guardare.

Potrebbemene atare – l’alto Iddio.

Potrebbemene atare l’alto Iddio,

se gli fusse in piacimento.

de l’uomo che m’è stato tanto rio,

messo m’ha in pene e ‘n tormento,

ché m’ha furato il bassilico mio

ch’era pien d’ogni ulimento.

Suo ulimento – tutta mi sanava.

Suo ulimento tutta mi sanava,

tant’avea freschi gli olori;

e la mattina, quando lo ‘nnaffiava

a la levata del sole,

tutta la gente si maravigliava:

– Onde vien cotanto aulore? –

e io per lo suo amor – morrò di doglia.

E io per lo suo amor morrò di doglia,

per l’amor de la grasta mia.

Fosse chi la mi rinsegnar di voglia,

volontier la raccateria;

cento once d’oro ch’i’ ho ne la fonda

volentier gli le doneria,

e doneria- gli un bascio in disianza”.

La “Canzone del basilico” che ricorda la vicenda di Lisabetta, alla quale i fratelli omicidi dell’amato Lorenzo sottrassero il vaso (la “grasta”) che ne nascondeva la testa, ci è pervenuta nelle “Cantilene e ballate dei secoli XII e XIV”, curate da Giosuè Carducci, anche se con inizio un po’ differente (Qual esso fu lo malo cristiano/che mi furò la mia grasta/del bassilico mio selemontano?). Fu questa ballata popolare che “fornì lo spunto al Boccaccio per la pietosa novella, che profondamente commosse e suggestionò poeti ed artisti”, scrive Francesca Santucci in “Virgo Virago” (in letteraturaalfemminile.it).

Il Boccaccio ci dà anche interessanti elementi  per ricostruire la vita nella Messina del Trecento. È molto realistica la notizia contenuto nello scritto che i quattro ragazzi fossero figli di un ricco mercante trasferitosi a in città da San Gimignano , oggi in provincia di Siena, il cui centro storico è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Lorenzo, al loro servizio, era anch’egli toscano: veniva da Pisa.

E si sa che in quel periodo a Messina “vivevano diverse colonie di mercanti provenienti da San Gimignano,  tra Certaldo e Siena, che aveva una fiorentissima Arte della lana, e si ha notizia che  gli Ardinghelli,  mercanti sangimignanesi,  alla metà del Duecento si trasferirono da Messina a Napoli” (Santucci). E gli Ardinghelli non erano quisque de populo: erano un clan potente, a capo del locale partito dei ghibellini, che si costruirono a San Gimignano due torri: tuttora si conservano col loro nome. Potremmo dire, con facile ironia, che allora la nostra città era un hotspot di ricchi mercanti e viaggiatori. Anche la cornice sociale della Sicilia del tempo corrisponde: fu una sorta di delitto d’onore, Elisabetta era di fatto sottoposta in tutto e per tutto ai tre fratelli maschi. E così la loro partenza per Napoli – dove avevano probabilmente amicizie e appoggi – dopo il delitto e la morte della sorella.

Al racconto di Boccaccio si ispirarono due giganti della letteratura europea. Il primo è uno dei più grandi poeti inglesi: John Keats, vissuto per tre anni a Roma, dove morì a soli 25 anni. Vi è seppellito nel Cimitero Acattolico. Keats scrisse un poema ispirato al racconto di Boccaccio dal titolo “Isabella, or  Pot of Basil”, dove Lisabetta viene cambiata in Isabella; il resto della trama è identico, anche se l’ambientazione diventa quella di Firenze. Ma Keats è un poeta e si esprime con altri canoni. Ascoltate i più bei versi  del poema, che sono quelli di Lorenzo dall’al di là:

“Dolcissima Isabella,

rossi mirtilli pendono sul mio capo

e un’ampia pietra pesa sui miei piedi;

intorno faggi ed alti castani spargono

le loro foglie e gli spinosi frutti; un belato

giunge dall’altra sponda del fiume al mio letto.

Riversa una lacrima sulla brughiera in fiore,

essa sarà di conforto nel mio sepolcro.

Povero me, sono solo un’ombra ormai!

Ai confini della natura umana solitario vivo,

e da solo canto la sacra messa,

mentre intorno a me tintinnano i rumori della vita;

e floride api passano a mezzogiorno facendo rotta verso i campi,

e le molte campane che dicono l’ora,

mi straziano il cuore; estranei da me sono quei suoni,

e tu sei lontana nel mondo degli uomini.

So bene quel che è stato, e sento a fondo ciò che è,

e dovrei gridare di rabbia, se il mio spirito potesse;

e sebbene dimentichi il sapore della beatitudine terrena,

il tuo pallore riscalda la mia tomba, come se,

del brillante abisso avessi scelto un serafino

in sposo; il tuo volto pallido mi fa contento;

la tua bellezza cresce dentro di me

e sento che un amore più grande mi rapisce”. (Str XXXVIII- XL).

Raramente sono state scritti versi d’amore tanto lirici. Ed è Messina, tra Boccaccio e Keats, che ne è matrix. Sì, ho capito, amici miei, non è roba per quelli lì. Ma vado avanti. A questo punto entra, pur di striscio, un altro grande della cultura universale: Oscar Wilde. Il quale, per rendere omaggio alla tomba di Keats, da lui visitata nel 1877, scrive il sonetto intitolato appunto “The grave of Keats”:

“Affrancato dall’ingiustizia e dalla sua sofferenza,

Finalmente sotto il velo azzurro di Dio egli riposa.

Strappato alla vita quando vita e amore erano ignoti,

Il più giovane dei martiri qui giace.

Bello come Sebastiano, e come lui ucciso prima del tempo.

Nessun cipresso fa ombra alla sua tomba, nessun tasso funereo,

Ma gentili violette gocciolanti di rugiada.

Una catena sempre in fiore gli intesse le ossa.

O fierissimo cuore spezzato dal tormento!

O labbra più dolci dopo quelle di Mitilene!

O poeta-pittore della nostra terra inglese!

Il tuo nome fu scritto nell’acqua – ma resisterà:

E lacrime come le mie manterranno vivo il tuo ricordo

Come fece Isabella con la sua pianta di basilico”.

E così Oscar Wilde non trova migliore conclusione per onorare la memoria del suo compatriota “Young English Poet” – la tomba riporta questo appellativo, non il nome – che innaffiare con altre lacrime il basilico che ispirò Keats. Ecco ciò che si legge:”Questa tomba contiene i resti mortali di un GIOVANE POETA INGLESE che, sul letto di morte, nell’amarezza del suo cuore, di fronte al potere maligno dei suoi nemici, volle che fossero incise queste parole sulla sua lapide: ‘Qui giace un uomo il cui nome fu scritto nell’acqua’”. Un epitaffio che evoca la poetica spettrale di Lorenzo, si potrebbe dire.

Poi c’è lo scrittore Anatole France, Accademico di Francia, Premio Nobel per la letteratura (1921). Le sue opere – grave mancanza dei grandi editori italiani – non vengono ristampate da tempo. Così per rintracciare la sua opera “Le Basilic” (“Il Basilico”), sudo un po’.  Trovata in francese: eccone un brano. Qui Lisabetta diventa Gemma, ma l’ispirazione è sempre quella del Boccaccio “messinese”:

“Un jour qu’elle peignait sa lourde chevelure, Derrière le vitrail lamé de plomb, Gemma Vit passer un enfant beau comme elle, et l’aima Si fort qu’elle en sentit au coeur une brûlure.

Parce qu’Amour n’épargne à nul aimé d’aimer, A peu de jours de là, ces deux fleurs de Sicile, Ces tendres jouvenceaux, au corps fier et gracile, Se livraient l’un à l’autre et se laissaient charmer…

Gemma, depuis ce temps, sur le haut escabeau, Tout près de la fenêtre aux vitres en losanges, Et le jour et la nuit, boit les senteurs étranges D’un pied de basilic spiritueux et beau.

Et jamais basilic dans un pot de faïence Blanc et bleu, comme en ont les filles des cités, De ses rameaux touffus, par la séve humectés, N’exhala tout fleuri si molle défaillance”. (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k114880r/texteBrut).

E anche, nel romanzo “Il giglio d’oro” (

https://www.liberliber.it/mediateca/libri/f/france/il_giglio_rosso/pdf/france_il_giglio_rosso.pdf), Anatole France ricorda con pathos l’amore di Gemma, che fu Lisabetta, dove il basilico è, come in effetti è, una “pianta misteriosa “, di una “terra lontana”, dalle “foglie a lancia”: qui il basilico è una pianta incantata che dà la morte ricercata dai due giovani che, amandosi, credettero non avessero bisogno di vivere oltre:

“E piangevano spesso, pensando che la vita, Per loro, ormai felici, potea dirsi finita.

In quella prateria dove, le bocche unite,
Si stringevan d’amore, come l’olmo alla vite, Si elevava una pianta, misteriosa e strana Come se provenisse da una terra lontana: Avea le foglie a lancia, di sangue erano i fiori: «La pianta del Silenzio» – dicevano i pastori.

E Gemma lo sapeva, che l’eterno riposo,
Il sonno senza fine, il gran sogno che incanta, Verrebbe solo a mordere quella bizzarra pianta.

Un giorno che rideva, col suo promesso sposo, Distesa sotto l’albero, fra i labbri dell’amato Mise una foglia tolta dall’albero incantato, Ed ella pare morse la foglia ch’avea presa, E ai piedi dell’amato cadde anch’essa distesa.

Vennero, nella sera, a gemer le colombe, E la pace regnò sulle amorose tombe.” (118-119).

La storia di Lisabetta-Isabella-Gemma, ha influenzato anche alcuni  pittori europei. Isabella e il vaso di basilico (Isabella and the Pot of Basil) è un dipinto a olio su tela (187×116 cm) del pittore preraffaellita William Holman Hunt, realizzato nel 1868 e conservato alla Laing Art Gallery di Newcastle upon Tyne.

Anche John Everett Millais, preraffaellita pure lui, un genio che ancora ragazzino fu accolto alla Royal Academy e fondatore a soli 18 anni della Confraternita simbolista, ci ha lasciato “Isabella, or The Pot of Basilic”, dipinto nel 1849 e ora conservato alla Walker Art Gallery. Mentre è dell’americano John White Alexander, che fu anche un illustratore, una tela (1897) dedicata alla stessa, conservata al Boston Museum of Fine Arts, con la particolarità che “used theatrical effects to render this grim scene, isolating Isabella in a shallow niche and lighting her from below, as if she were an actor on a stage illuminated only with footlights”.  E c’è pure un’Isabella and the Pot of Basil (1907) di John William Waterhouse (Collezione privata), che abbraccia, inginocchiata, il vaso e il suo amato. Insomma, la storia impressionò molti pittori.

Ovviamente, ci sono anche numerose miniature che illustrano il Decameron, comprese quelle che raffigurano la novella. Perché insisto sull’arte figurativa? Sono un intenditore? Ma no. Dico: tutti questi “materiali”, audiovisivi e immagini virtuali per una sezione permanente del nostro Palazzo della Cultura o della Galleria di Arte Moderna, no? Capisco che bisogna faticare per pensarci, programmare, organizzare? Ma vale la pena, che dite? E se no, gli assessori a Cultura e Turismo che ci stanno a fare? Già, questo quarto assessore, intellettuale rivoluzionario, che fa? Di cosa si occupa? Del Maggio dei Libri? Avete letto il programma? Dire inadeguato è poco. A parte presenze inopportune. E imbarazzanti.

Non sa  – che dico? certo che lo sa – che Pier Paolo Pasolini nel suo discusso (allora) “Decameron” (1971) ritenne il racconto di Lisabetta, uno dei pochi meritevoli di fare ingresso nella sceneggiatura del film. Che – andate su YouTube a vederlo o rivederlo – fu premiato con l’Orso d’argento al XXI Festival di Berlino. Lo scrittore-regista dà alle scene una forza espressiva ed estetica straordinaria, anche grazie al dialetto napoletano a cui PPP affida il suo storytelling.

Secondo Moravia “quella dell’Isabetta e della pianta di basilico (qui la lezione di Mizoguchi e del cinema giapponese è messa a frutto)” nel film è una delle tre che si eleva sulle altre. Ma fermiamoci qui. Perché non recuperare pellicola e testi, inserendoli in una Cosa pensata per rilanciare cultura, arte, turismo in città ? Vedete dove sono andato a finire, partendo da Boccaccio. Che dite, lui e i grandi letterati e artisti che ispirò, meritano di uscire dall’oblìo messinese ? E, soprattutto: lo merita la città?

In alto