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L’Ignoto Marinaio – LAVORO: TRE BORRACCE NEL DESERTO ACCORINTIANO

L’Ignoto Marinaio 

LAVORO: TRE BORRACCE NEL DESERTO ACCORINTIANO

“Mia madre zoppicava strasciconi…Ta! ga! dac! Ta! ga! dac! Mi proponeva a questa o a quell’altro famiglia, ai piccoli cottimisti a domicilio, rannicchiati dietro i veti dei loro stambugi… Mi proponeva con molta delicatezza…Come un arnese in più… Un piccolo lavorante molto comodo… non esigente… pieno d’accortezza, di zelo, d’energia…’Mica avete bisogno, alle volte, d’un piccolo commesso giovane giovane…’. Così Louis-Ferdinand Cèline, uno dei miei scrittori preferiti, in questo crudo quanto bello romanzo autobiografico, pubblicato nel 1936 a Parigi, (“Morte a credito”, Garzanti).

Pagine che stringono il cuore; chissà perché proprio lui e chissà perché proprio questo libro mi hanno richiamato all’ordine: dire oggi qualcosa sull’odierna tragedia del lavoro che non c’è. Ai giovani e alle loro famiglie della nostra città. Alle loro angosce. Ma soprattutto al dovere – che oggi mi squassa il cuore più che in altri giorni – di fare qualcosa. Ieri, sapevo meglio che fare; quando ero ancora “in armi” ho fatto qualcosa. Poco, certo. E male, sicuro. Ma ho fatto Con idee e prassi. Con errori. E con risultati. Minimi. Isole rispetto al continente di disagio e di scoramento. Ma ho cercato di fare la mia parte. C’è chi lo riconosce; ma c’è chi dice in lingua madre: “pìcca”. E chi neppure “sa”. Nel “dopo” finisce pure la memoria del quantum. Ma è la Regola delle regole. Della Politica. E, per chi ci ha creduto e ci crede, il suo senso tragico. Così è. E va bene. E oggi? Che dire? Che fare? Scorro il programma del sindaco di Messina. Quante cose prometteva di fare! Maledetti i programmi elettorali. Bugiardi, più di chi li scrive. Perché, forse, così desidera la gente. Che vuole aggrapparsi a una corda di speranza. Anche se, in cuor suo, dispera di quella speranza. E punta il voto su quell’Enalotto offerto dal politico nuovo. E cede alla lusinga che la mente accoglie, perché non ha null’altro in cui credere. O da perdere. Perché non farsi acchiappare dal “forse stavolta è quella buona, questo qua mi sembra diverso dagli altri”?

Lui, metafora umana della rivoluzione nella Città ‘Babba, che ha fatto in quattro anni? Aveva promesso un “fondo per il sostegno al lavoro”. Chi l’ha visto? Doveva servire ad aiutare  “i lavoratori investiti da crisi aziendali di tipo speculativo” (gli altri no?) E per incentivare le imprese nello stabilizzare i precari e per “la creazione di nuovi posti di lavoro”. Nulla. Nessuno ha visto niente. E non parliamo dell’accattivante promessa degli “incubatori d’imprese per la nascita di imprese giovanili e femminili“: carta straccia. E i padiglioni dell’ex Fiera? Sono diventati cittadella degli immigrati, invece che Cittadella del Made in Sicily: un altro miraggio di Accorinti. Il quale va svolazzando tra eventi esterni e talk-show televisivi, con polemiche puntuali sulle sue spese di missione. Faticosi soggiorni per la Penisola che non gli danno il tempo di posare la testa sulla mancanza di lavoro qui, nella città affidatagli dagli elettori. A Messina aumentano i disoccupati (+6,90%) rispetto al 2014, ed il tasso di disoccupazione (+2,1%) rispetto al 2014: siamo a un +19,1% rispetto al 2005.  E la città ha un tasso di disoccupazione molto più alto degli altri grandi Comuni siciliani. È in testa. L’amministrazione degli “scienziati” guidati dal Profeta Tibetano non funziona neppure in questo campo. I mancati Nobel in giunta non hanno concluso le loro ricerche: all’ultimo giro del quinquennio non hanno ancora pronta alcuna ricetta. Forse, stanno sperimentando in laboratorio qualcosa. Ma non trapela nulla. Perché il nulla non può trapelare. E tu – cioè io – cosa faresti? Mi aspetto questa domanda dal mio pugno di lettori. Per cui, mi bagno. “Senza nulla a pretendere”, per dirla alla Totò e Peppino nel fim-commedia di Camillo Mastrocinque. Tre idee. Minimaliste. Nulla di che. Per l’emergenza? Per l’emergenza. A colmare il vuoto assoluto di iniziative. Certo: nulla di paragonabile a ciò che la Scienza chiusa negli arsenali di segretissimi progetti dentro Palazzo Zanca sta partorendo. Eccomi, allora.Budget: dieci milioni di euro annui. Sono solo il due per cento del bilancio del Comune di Messina. Due per cento. Per fare cosa?

Primo. Cinque milioni per 50 cantieri di lavoro da 100 mila euro ciascuno: in ogni cantiere venti disoccupati, con turni semestrali, guidati da una maestranza esperta e da un tecnico di Palazzo Zanca. Una sorta di minuscolo New Deal per fare piccole ma utili opere e manutenzioni; in particolare nei villaggi oggi abbandonati a se stessi. Misura di emergenza ? Sì. Tampone? Vero. Ma, intanto, sarebbe un soccorso sociale ai messinesi. Una boccata di ossigeno alle famiglie. E alle periferie. Sarebbe un fatto. In luogo di parole, comunicati, programmi elettorali. Carta da parati per i gonzi. Si può fare ? Sì: ci sono le norme.

Secondo. Fondo (vero) di due milioni di euro da destinare a 100 borse di auto-impiego, da 20 mila euro ognuna. Beneficiari: messinesi senza lavoro che intraprendono un’attività autonoma.!Esempi? Un B&B o altro in campo turistico. O scommettersi in agricoltura innovativa, magari mettendo in campo un terreno incolto da anni. O per la pesca dello Stretto. O altro, che crei, produca, stia in piedi.

Terza idea. Un fondo di tre milioni di euro per giovani che vanno a studiare o lavorare all’estero, o semplicemente fuori regione. Da finalizzare. Esempio: contributo per pagare il fitto. O per i trasporti. Fino a 300/500 euro mensili. Come in Francia. Per due anni: i primi tempi che sono difficili per chi deve andare a vivere altrove. È un aiuto. Soltanto. Doloroso andarsene fuori? Ovvio. Ma meglio che vivacchiare. O disvivere. O morire dentro.

È poco? Naturale. È, in tutti e tre i casi una borraccia. O una bisaccia. Nel deserto accorintiano del “Nulla Si Fa”.? Che inghiotte e ammazza. Gli spiriti. E i corpi. È un modo di dire: coraggio. La tua Città c’è. E così mi dò coraggio anch’io. In una città politica che non c’è. In questa Messina triste. Che muore. Di rivoluzione. E d’impostura. Sì, coraggio.

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