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L’IGNOTO MARINAIO – MESSINA CAPITALE DELLA CULTURA? CANDIDATURA POCO SERIA, COME ACCORINTI E I SUOI “INTELLÒ” RIVOLUZIONARI (vi spiego io perché)

L’IGNOTO MARINAIO

MESSINA CAPITALE DELLA CULTURA? CANDIDATURA POCO SERIA, COME ACCORINTI E I SUOI “INTELLÒ” RIVOLUZIONARI (vi spiego io perché)

Messina si candida a capitale italiana della cultura per il 2020. Dinanzi a una notizia del genere non so voi, io sono preso dallo sconforto. Credevate fossi pervaso da un fremito di orgoglio? No, no; mi rendo conto a che punto il narcisismo politico possa ridurre un uomo e una città: alla perdita totale del senso di realtà. Accorinti non ha cognizione dello stato in cui versa la comunità che governa. Cerca solo spazi mediatici in cui riversare il suo ego. Non può farci nulla: è un irrefrenabile moto mentale. Solo una psiche alterata può pensare, oggi, a una Messina capitale di qualcosa, figurarsi della cultura. A meno che, nello stato in cui è stata ridotta, non la si voglia candidare a un ruolo negativo: capitale dell’immondizia, delle periferie abbandonate, delle scuole al freddo. O anche dei bilanci disastrati. Del numero degli assessori cambiati. O, se vi piace, della cultura messa da parte, emarginata. Ignorata. Ma, non intendo farmi prendere dalla rabbia per tanta incoscienza. Voglio ragionare con voi. Al bando del ministero dei Beni Culturali e Turismo, hanno risposto 46 Comuni italiani, per lo più di taglia piccola e media. Quelli più grandi sono Catania e Messina. Ci sono candidature di centri minori, ma di robusto curriculum culturale e artistico come Parma, Pieve di Cadore, Asti, Casale Monferrato, Montepulciano, Pietrasanta, Agropoli, Capaccio Paestum, Alberobello, Gallipoli. Per non parlare della Sicilia che presenta ben sei aspiranti: oltre Catania e Messina, Agrigento, Noto, Ragusa e Siracusa. Ma voi credete che Messina abbia i numeri per superare queste città siciliane e non? Cosa scriveranno Accorinti e il suo quarto assessore alla Cultura nel dossier a corredo della candidatura che dovrà essere presentato a Roma entro il 15 settembre? Si faranno aiutare dagli “intellò” cortigiani e inconcludenti che li circondano ? Non hanno mai elaborato in questi quattro anni di amministrazione un credibile e serio programma culturale, lo improvviseranno adesso per soddisfare la richiesta del Ministero? E che ci metteranno ? E col bilancio preventivo 2017, non ancora approvato, in esercizio provvisorio e soprattutto col piombo nelle ali del piano di riequilibrio che giace al ministero degli Interni, come faranno a mettere nella documentazione la “valutazione di sostenibilità economico-finanziaria”? E che cosa si inventeranno per rispondere alla domanda di “realizzazione di opere e infrastrutture di pubblica utilità destinate a permanere sul territorio a servizio della collettività”?
“Sono felice di questa forte partecipazione di tante città” – dice il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Dario Franceschini – “Comuni grandi e piccoli di tutt’Italia hanno deciso di investire sulla cultura come cardine del proprio sviluppo: è il segno di una nuova consapevolezza che è nostro dovere favorire e incoraggiare il più possibile”. Va bene. Ma dove e quando l’attuale Amministrazione peloritana ha investito in cultura?
Avrebbe potuto farlo? Certo. Avrebbe potuto acquistare l’alloggio messinese di Giovanni Pascoli, Palazzo Sturiale, per farne una Casa-Museo. E non lo ha fatto. Avrebbe potuto valorizzare le opere di Antonello e Caravaggio custodite al Museo regionale, ma non se ne parla. Avrebbe potuto costruire, anche con opere di artisti siciliani, noti e giovani, un Pantheon diffuso, un itinerario turistico-culturale dei Grandi che hanno visitato Messina o ne sono stati ispirati: Goethe, Nietzsche, Wagner, Cervantes, Shakespeare, Moliere, Schiller, Boccaccio, Dumas, e altri, a parte quelli sopra citati. E, perché no, Omero? Tutti dimenticati. A Palazzo Zanca non circolano idee ma solo telecamere. In compenso, per dirne una, ha affondato il Teatro Vittorio Emanuele, una delle poche istituzioni culturali che abbiamo. E non ha mai coinvolto il Conservatorio “Arcangelo Corelli” – uno dei tre che abbiamo in Sicilia – in una strategia culturale permanente, per dirne un’altra. Non esiste un circuito cinematografico sociale con la partecipazione delle sale cittadine, soprattutto per i giovani. Solo episodi, di scarso rilievo, come quel grossolano Maggio dei Libri, in cui si è notata pure qualche presenza discutibile. Solo per fare un confronto, nell’aprile del 1994, ripetuto per qualche anno, la Fiera di Messina, poi derubata da quella di Palermo, d’intesa con il ministero degli Esteri e con le rappresentanze diplomatiche interessate, organizzò il Salone Mediterraneo del Libro. Una rassegna di livello internazionale; parteciparono molto Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum e fu coronata dalla premiazione dello scrittore egiziano Nagib Mahfuz, Premio Nobel per la Letteratura nel 1988. L’idea del Salone e del premio a Mahfuz, fu mia; allora era un giovane e volenteroso capo ufficio stampa (del che sono sempre grato alla segretaria pro tempore dell’Assostampa, Italia Cicciò, una gran signora che ha sempre speso la sua generosità e il suo prestigio in favore dei colleghi). Ma il merito dell’iniziativa – che ebbe grandi apprezzamenti e successo di pubblico – va ascritto all’allora commissario Agostino Porretto e soprattutto al vulcanico segretario generale della Fiera, Pietro Antoci: assecondarono l’idea e l’attuarono. Antoci volò al Cairo a consegnare il premio a Mahfuz, il quale era già anziano e malato. Pochi mesi dopo, il 14 ottobre 1994, un attentatore assalì lo scrittore sulla soglia di casa, ferendolo con due coltellate alla gola: si salvò per miracolo e per l’attentato vennero presi e processati sette estremisti islamici che furono condannati a morte. Tema di attualità. Anche lui, l’autore de “Il nostro quartiere” (Feltrinelli) poi scomparso nel 2006, pittore letterario di atmosfere che ci sono familiari ( “Secondo la biasimevole consuetudine del nostro quartiere, la gente mormora dicerie e sospetti, inventando fatti inesistenti”) potrebbe trovare posto in quel Pantheon diffuso di cui vi dicevo. E – appunti per il dopo Accorinti – il Salone potrebbe essere ripreso, anche se dopo i gravi mutamenti provocati dalle cosiddette “primavere arabe” e il dilagare del terrorismo islamista, tutto sarebbe più difficile. Ma anche stimolante. Più utile. Più in linea con la contemporaneità.
Torniamo alla candidatura della città a capitale della cultura.
Cosa voglio dire? Si fosse lavorato in questi quattro anni, con un flusso di attività serie, l’obiettivo sarebbe stato credibile. Invece questa stagione di governo, anche sul piano culturale, è la più grigia della storia messinese. La più oscurantista. Altro che “quelli di prima”.
Che cosa scriveranno nelle carte da inviare a Roma? Quanto è bello lo Stretto? Lo si sa. No, non è sufficiente. Perché non hanno pensato di fare una candidatura unica, o due in partnership, con Reggio Calabria come Area dello Stretto? Ma, come, non è una di quelle espressioni tanto alla page del Vocabolario della Rivoluzione? Una volta tanto che avrebbero potuto calarla in contenuti di sostanza, come mai non è passata per nessuna delle teste, eternamente cinte di lauro, che circondano il sindaco Scalzo?
Sarebbe stato un modo intelligente di coinvolgere un’altra città e un’altra regione di peso. E scavalcare l’ostacolo principale a qualunque candidatura siciliana: nel 2018 capitale della cultura sarà Palermo e sarà ben difficile che nel 2020 tocchi a un altro Comune dell’Isola. Un uomo di mondo come l’avvocato Vermiglio, assessore regionale alla Cultura, queste cose dovrebbe saperle. Ed, essendo messinese, almeno lui dovrebbe avere il polso di questa poco credibile auto-designazione. Sicuramente non vale per Messina quanto egli afferma “come la Sicilia stia puntando sempre di più con convinzione sul patrimonio culturale, ambientale, paesaggistico, inteso come ‘museo diffuso’ “. E non riesco a comprendere quale “sostegno” potrà mai dare la Regione perché la giuria di esperti ministeriali che dovrà decidere entro il 31 gennaio prossimo, faccia ricadere la scelta la nostra città.
Volete sapere qual è la verità: che questa della capitale culturale è l’ennesimo bluff del Tibetano. Una cortina fumogena per distrarre dalla sua quotidiana incapacità di assicurare l’ordinaria amministrazione: i rifiuti per le strade, le buche, l’arredo urbano, i marciapiedi dissestati, gli impianti sportivi inagibili, i servizi sociali fermi. E l’incultura di cui Messina è capitale.

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