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In cerca di un fondamento. La filosofia post-pandemica di Francesco Tigani

Un filosofo nichilista? Forse. Ma anche gnostico. Oppure? Come definire Francesco Tigani, autore di una trentina di libri fra saggi storici e filosofici, testi narrativi e poetici, nonché curatore editoriale per Aracne Editrice, per la quale ha ideato e dirige una collana di studi che ha chiamato “Bustrofedica. Labirinti semantici, arcani iconografici e scritture reticenti”? La sua carriera comincia da giovanissimo come giornalista pubblicista, quando nel 2007 ottiene il tesserino e l’iscrizione all’Albo regionale, e prosegue all’Università di Messina, dove si laurea in Storia e filosofia con una tesi su Medea, la maga assassina dei propri figli, che diventerà la sua prima monografia scientifica (Rappresentare Medea. Dal mito al nichilismo). Siamo nel 2009; la seconda laurea, in Società, culture e istituzioni d’Europa, sempre all’ateneo peloritano, arriverà due anni dopo. Stavolta l’esito sarà una tesi in Storia moderna sulla costruzione degli specchi e degli orologi, anche questa trasformata in volume e inserita in una collana dell’Università di Padova (Lo specchio, la strega e il quadrante, Aracne 2012). Ma il testo è in realtà molto più che una tesi in Storia moderna: ambisce a essere il secondo tassello di una “storia ontologica” – la definizione è dello stesso autore – su come l’uomo si sia costruito un Io a partire dalla propria immagine riflessa e abbia preso confidenza con la propria temporalità tramite appositi strumenti tecnici e meccanici. Quel libro si concludeva peraltro con una riflessione polemicamente antiaccademica sul ruolo “creativo e artistico” dello storico, soffermandosi sulla descrizione del più immateriale degli orologi: il Doomsday Clock, l’Orologio dell’Apocalisse, che funge da termometro ipotetico del rischio di una catastrofe nucleare e calcola simbolicamente la fine del mondo aumentando o riducendo i minuti che separano l’umanità dalla mezzanotte. Da qui Tigani procedeva sulla strada della sua “storia ontologica”, iniziata con lo studio della tragedia greca, con un trittico di saggi riuniti in un solo volume e dedicati rispettivamente alle utopie, al tramonto dell’Occidente e alla nuova Gerusalemme, contesa fra cristiani, ebrei e musulmani. In questo libro del 2013, intitolato La rinomanza e l’ascolto, introduceva allora un nuovo concetto, quello di “rinomanza”: termine che nell’accezione comune indica la fama, la notorietà, ma che Tigani trasforma nel nome di “un’etica della consapevolezza ontologica”, che dovrebbe opporsi al nichilismo come “metafisica dell’egocentrismo, esasperazione totalizzante dell’egomania”. Tale rinomanza sarebbe appunto una forma di gnosi, di sapienza che proviene dal profondo dell’anima: qualcosa di simile alla quintessenza, all’aither degli antichi Greci e all’Akasha degli Indù, come precisa Tigani, che ha sempre accompagnato le sue ricerche filosofiche agli studi storico-religiosi. La domanda se possa quindi considerarsi uno “gnostico” o neognostico, forse l’ultimo esponente di un atteggiamento culturale e spirituale che risale agli albori del cristianesimo, rimane aperta. Nel frattempo, sempre all’Università di Messina, Tigani ottiene un dottorato in Scienze storiche archeologiche e filologiche, con una specializzazione in Storia delle dottrine politiche, e approfondisce la sua analisi delle utopie come paradigmi degli Stati totalitari e della società moderna, universalmente interconnessa e sottoposta a sorveglianza continua. Ne La rinomanza e l’ascolto Tigani aveva già definito questa utopia come “pantopia”, indicandola come la super-utopia che racchiude tutte le utopie possibili in un clic e che trova la sua massima espressione in Internet. Oggi essa riceve un ulteriore coronamento con gli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale e con i dubbi che solleva la sua incontrollata evoluzione. Tigani ha comunque scritto la sua personale utopia nel 2020, chiamandola Virotopia, “la città dei virus”: una raccolta di saggi di impegno civile dedicati alla pandemia da Covid-19 e alla gestione politica e sociale dell’emergenza. Nelle pagine di questo libro la sua filosofia si incupisce sempre di più, rasentando quel nichilismo che in altre opere aveva cercato di contrastare. Tigani ha però in serbo un nuovo termine da proporre ai suoi lettori per meglio definire lo spirito dell’epoca che stiamo vivendo: non nichilismo, “la coscienza del nulla”, ma “paucismo”, “la coscienza del poco” e l’accettazione di ciò che rimane. Il concetto di Nulla, secondo Tigani, possiede una potenza che nella società contemporanea risulta inadeguata, in quanto non più in grado né di atterrire (l’estinzione nel nulla è la grande minaccia riservata, in alcune culture, agli atei e ai malvagi) né di promettere l’eterno sollievo dello svanimento dell’Io (come avviene nel buddismo). Questa inadeguatezza ritorna nel romanzo a episodi del 2023 Temen. Fondamento (Transeuropa), dove Tigani recupera i fili pendenti della sua riflessione sulla pandemia per farne un racconto sfaccettato che individua una serie di tipi umani: il responsabile, l’allucinato, il complottista ecc. Il titolo è estrapolato da una parola antica, lunga e composita, E-temen-an-ki, che significa “Casa del Fondamento del Cielo e della Terra” ed è il nome originale della cosiddetta Torre di Babele, menzionata nella Genesi come l’elemento di rottura del rapporto fra cielo e terra, da cui sarebbe scaturita la confusione delle lingue. Quello della perdita della “lingua divina” è un tema peculiare della filosofia ebraica, della quale Tigani può considerarsi in un certo senso un esperto, avendovi dedicato svariate pagine della sua vasta produzione, ed equivale alla perdita del fondamento della vita terrena. La filosofia post-pandemica di Tigani va dunque in cerca di tale fondamento ed esorta ciascuno di noi a fare altrettanto. Come scrive in un passo di Arrocchi e lampi (Transeuropa), un dialogo filosofico scritto a quattro mani con Emiliano Ventura e apparso nel 2024: «Il filosofo è pericoloso sia quando dice la verità sia quando non la dice, fingendosi ingenuo o ignorante per mettere a nudo le pecche dei suoi interlocutori e smontare le loro supposte certezze. Parresia e ironia sono complementari: onestà e disonestà, sincerità e dissimulazione vanno di pari passo, in quanto funzionali all’emergere del dubbio, che è all’origine della sképsis ed è fondamento di ogni ricerca».